Pubblicato il 19 giugno 2009
di Piergiorgio Faraglia

Thomas Myladoor

Thomas Myladoor da Thodupuzha, classe ’50, ‘indiano comunista’ per sua stessa definizione, arriva in Italia nel 1975 dopo un passato di attivista in Kerala, India meridionale, dove inizia fin da giovanissimo a battersi per i diritti sociali e dove si laurea in scienze naturali, a 22 anni. Arrivato a Roma si iscrive alla facoltà di medicina. Sempre in Italia, nel 1977, conosce la sua futura moglie, Nancy, anche lei studentessa di medicina. Si sposano nel   1985 e hanno due figli. Dopo la laurea, conseguita nel 1982, Thomas abbandona la carriera di medico decide di prendere altre strade.

Piergiorgio: Parliamo un po’ di come sei arrivato all’idea di Mother and Child, del periodo immediatamente  precedente.

Thomas: Per un po’ mi sono improvvisato commerciante, e mi andava anche molto bene. Però con la crisi del ’93 è saltato tutto in aria. Nelle Marche, in Toscana, avevo investito molto denaro.

P: Cosa vendevi?

T: Abbigliamento estivo, da mare, ma soprattutto accessori per le scarpe, tomaie intrecciate. Tutti prodotti fatti a mano in India.

P: Erano articoli già presenti in Italia o facevi import/export?

T: No, facevo import/export e vendevo alle fabbriche italiane. Ad esempio le tomaie intrecciate andavano molto di moda allora. Ma dopo la crisi del ’93 mi sono preso una pausa di riflessione, solo successivamente mi sono inventato ristoratore.

P: Te lo sei inventato? Non avevi esperienza, di nessun tipo?

T: No, non avevo nessuna esperienza. Tutto è nato qui in Italia. Io e mia moglie Nancy avevamo un gruppo nutrito di amici, e ogni sabato ci riunivamo a turno a casa di qualcuno. Ed ogni volta era un continuo “ ma perché non apri un ristorante”, “la tua cucina è buonissima”, etc, etc.

P: Cucinavi tu?

T: Più che altro mia moglie, io non so cucinare.

P: Non ci credo.

T: Qualcosina, dai. Qualcosina sì.

P: Quindi tua moglie sapeva cucinare…

T: Mah, insomma. Sono stati questi amici italiani che non facevano altro che dire “quant’è buono, e quant’è buono”. A quel punto mi sono convinto che era una buona idea, e poi mi sono detto “vabbé, bisogna pur avere una professione, un lavoro”. E allora l’ho fatto.

P: E l’hai fatto qui, a Roma, dove c’è ancora oggi “Il Guru”?

T: Sì, ho cominciato proprio in questo locale. Poi io quando decido parto. Come dice una mia amica Giorgia, il mio motto è “se una cosa si può fare inutile parlarne, se una cosa non si può fare inutile parlarne”.

P: Assolutamente d’accordo.

T: Quindi ho deciso, e sono partito. Però i primi due anni ho sofferto molto di quella crisi del ’93 di cui ti parlavo, tra l’altro sono stato un po’ il pioniere della cucina indiana a Roma.

P: Ah sì? Non era conosciuta?

T: Poco. E poi non c’erano molti soldi da spendere, comunque.

P: Dunque erano i primi anni novanta.

T: Sì. ’93, ’94. Però ho resistito, con l’aiuto degli amici, chiedendo prestiti.

P: E sei andato avanti.

T: Per fortuna sono andato avanti, perché dal terzo anno in poi ho cominciato a sfondare. Sono usciti anche degli articoli sui giornali, il ristorante andava benone.

P: In tutto questo periodo, continuavi ad andare in India?

T: Non tante volte.

P: Così arriviamo finalmente a “Mother and Child”.

T: Partito il ristorante, ho acquisito una certa agiatezza economica. Però nella mia testa era sempre rimasta l’idea di…

P: Mancava un pezzo.

T: Sì, mancava un pezzo. Volevo fare qualcosa per la gente che soffre, per la gente che ha bisogno. Dal mio punto di vista anche questo è fare la rivoluzione. In fondo cos’è la rivoluzione? Cambiare, migliorare. E ho deciso di intervenire nel sociale. La politica mi aveva molto deluso, e ho pensato che forse questa era l’unica strada per cambiare la società, e allora mi sono detto “cominciamo dal piccolo”. La mia idea coinvolgeva la mia gente, Thoduputzha, il paese dove sono nato e cresciuto. Pur avendo lasciato l’India subito dopo l’università per la delusione politica di cui ti ho accennato, ero rimasto molto in contatto con i miei amici e compagni universitari. In passato ero stato una bella testa calda, rappresentavo alcune categorie di artigiani, lavoratori, ed ero sempre coinvolto in scioperi, manifestazioni, lottavo fianco a fianco con loro. Mandavo tutti a quel paese, e nonostante questo la gente mi apprezzava, apprezzava la mia passione politica, la mia sincerità. Una volta tornando in India, ho parlato con loro di una mia idea e mi hanno detto “è una buona idea ma ci vogliono soldi”. “Li troviamo” gli ho detto.

P: La tua prima idea quindi qual è stata?

T: Di costruire un orfanotrofio per bambini di strada.

P: Che è una realtà molto evidente dalle tue parti.

T: Evidente e dura. Solo che io ero in Italia, e dovevo trovare persone che si occupassero della cosa lì in India. Purtroppo il partito leninista in cui militavo non appoggiava questi progetti.

P: E perché?

T: La disciplina del partito. Se si sapeva in giro che erano stati coinvolti in un progetto finanziato da fondi esteri poteva nascerne uno scandalo.

P: Perché tu volevi alimentare questa cosa anche con fondi esteri.

T: Solo con fondi esteri, perché in India trovare soldi non è semplice. Ad ogni modo furono loro stessi a presentarmi a dei ragazzi che avevano appena aperto un centro per i malati di mente che girovagavano per le città vicine. Gli ho parlato della mia idea e gli è piaciuta molto. Così mi sono unito a loro promettendo di dargli una mano col centro.

P: Quindi, riassumendo, i tuoi vecchi amici dell’attivismo politico ti hanno messo in contatto con queste persone.

T: Si, mi hanno dato tutto l’appoggio morale possibile, ma non hanno potuto fare di più. Come ti ho detto, erano legati al partito comunista, e come sai il partito comunista in India come credo in tutto il mondo è un po’ come la chiesa cattolica per certi versi, è bacchettone, è dogmatico e non permette molte cose.

P: D’accordissimo. Quindi trovi queste altre persone più libere, mentalmente più aperte.

T: Tutt’altro. In realtà questi ragazzi facevano parte di un gruppo cattolico estremista. Però si davano da fare, facevano belle cose, e allora capii che per fare qualcosa bisogna allearsi con chi le cose le fa. E così è nato questo piccolo orfanotrofio.

P: Che non ha niente a che fare con quello che esiste adesso?

T: No, non ha niente a che fare. È un’altra cosa. Era un piccolo orfanotrofio dove c’erano solo bambini, e tre o quattro volontari a turno. Ti sto per raccontare la storia della “Mother and Child Foundation”, com’è nata, come sono iniziate ad arrivare le prime donne, le ragazze madri.

P: Se ti va, vorrei che parlassi anche della situazione sociale delle donne.

T: Si. Era il dicembre del ’96, ed ero andato in India per mio padre che era molto anziano, aveva ottantasei anni. Stavo andando via, sono passato in orfanotrofio per salutare e in quel momento si presentò da noi una ragazza di ventitré anni all’ultimo mese di gravidanza.

P: Che si chiamava?

T: Si chiamava Mini. Si presenta in orfanotrofio, noi avevamo solo due stanze e ventitré bambini.

P: Due stanze e ventitré bambini? E basta?

T: Eh già, e non c’era proprio posto per accogliere questa ragazza. Ma conoscevo un posto di preti cattolici abbastanza vicino, a una quindicina di chilometri, un posto megagalattico costruito con fondi esteri, che avrebbe sicuramente avuto lo spazio di cui Mini aveva bisogno. Mando questa ragazza a nome mio da tale padre Agostino, che invece di aiutarla gliene ha dette di tutti i colori. Conosceva la sua storia, sapeva che Mini era rimasta incinta al di fuori dei vincoli matrimoniali, che era una ragazza madre, una ragazza per loro immorale, un termine di giudizio tra l’altro molto diffuso in India.

P: Ti va di parlare un po’ di questo? E’ una situazione che in qualche modo mi sembra simile a una cultura che (r)esiste anche in Italia, in certi piccoli villaggi, dove vige una cosiddetta libertà del maschio che può muoversi più o meno come vuole, anzi più dimostra la sua virilità e più è considerato valido. Dopodiché la donna che ha avuto rapporti sessuali extramatrimoniali viene anche marchiata, suo malgrado, perché non ha saputo ’resistere’. Allora ti volevo chiedere se anche tu ci trovi delle analogie?

T: Sì, è la stessa identica cosa.

P: In India che succede? Il maschio ha lo stesso tipo di…?

T: Sì, il maschio fa e poi la colpa è della donna. Pensa, un consiglio che mi ricordo danno in India le mamme alle figlie femmine è questo: “ricordate che se una foglia casca da un albero su una spina, alla spina non succede niente però la foglia si buca, si fa male la foglia.” Questo era un classico consiglio che davano tutte le mamme…

P: Però è anche vero che la foglia non è che decide dove cadere!

T: No, appunto, e si fa male la foglia, non la spina.

P: Non so come dire, la foglia non sceglie!

T: La foglia è la femmina, la spina il maschio. Quello che dicevano le mamme alle figlie femmine, paragonandole alle foglie, era di imparare a volare, di non atterrare sulle spine.

P: Ma la situazione della donna in certi posti è ancora così passiva?

T: Molto passiva. E poi a tutt’oggi in India non c’è libertà sessuale. C’è una spinta, un desiderio fortissimo tra i giovani di incontrarsi. E’ una sessualità repressa. Quando c’è una minima occasione succede, anche tra uomini e donne che non si conoscono. Succede perché c’è un desiderio irrefrenabile.

P: E in questo non c’è niente di male.

T: No, certo, è così per ognuno di noi, a differenza però che lì non c’è un’educazione sessuale, non c’è una cultura…

P: Quindi nascono i figli e c’è poi questo problema del rifiuto.

T: Le donne non sanno quando è il periodo di ovulazione, quando può nascere il bambino.

P: Esiste questa situazione? A prescindere dalla religione? Perché sappiamo che il Kerala è fondamentalmente cattolico.

T: Sì, ma è una maggioranza relativa, ci sono tutte le religioni. È un problema di cultura indiana, al di là della religione. Queste ragazze sia che rimangano incinte o che abbiano semplicemente avuto rapporti sessuali con uomini, sono comunque considerate…

P: La famosa perdita della verginità.

T: Si, si. Se la perdita della verginità viene considerata in questo modo, pensa avere il pancione.

P: Le conseguenze dirette quali sono?

T: Le ragazze vengono cacciate dalla famiglia perché col loro peccato l’hanno macchiata, le sorelle non possono più sposarsi.

P: Sono tutte macchiate.

T: Tutte macchiate, marchiate. Le peccatrici vengono escluse dalla società, almeno durante il giorno. Perché durante la notte sono ammesse.

P: Ah, sono ammesse!

T: Questa è la falsa moralità dell’India.

P: Quindi di notte la ragazza torna a casa a dormire.

T: Macché, no, di notte è accettata dagli uomini.

P: Ah, è ben accetta dagli uomini solo di notte. E di giorno no, è marchiata col marchio dell’infamia.

T: No, assolutamente, è da evitare.

P: Certo.

T: Ma tornando alla storia di questa ragazza, come dicevo, quel giorno gliene hanno dette di tutti i colori, “tu sei una ragazza che ha voluto la sua rovina da sola, sei una ragazza immorale, noi siamo religiosi, la nostra morale è diversa. Vattene via adesso, quando nasce il bambino lo puoi portare da noi, tu però sparisci.” La ragazza è tornata in orfanotrofio, io ero già partito. Mi hanno telefonato i volontari, raccontandomi che l’avevano accompagnata in ospedale, dove la notte stessa ha partorito. Dopo solo due giorni è scappata lasciando il bambino in ospedale. Ormai si era privata del peccato che aveva dentro.

P: E poteva in qualche modo reinventarsi un’identità.

T: Si, l’intenzione era quella, di andare via, cambiare città, cambiare vita.

P: Quindi questo in qualche modo è possibile?

T: Ma sai, è un reinventarsi basato sulla bugia, non raccontando il passato.

P: Molto faticoso insomma.

T: Molto faticoso, molto difficile.

P: Non risolutivo.

T: No. Ma sai, poi tutti, anche sbagliando, hanno i loro sogni. Insomma, nato il bambino è scappata dopo solo due giorni.

P: Il tempo di riprendersi fisicamente.

T: I volontari dopo due giorni sono andati a prendere il bambino in ospedale. Era molto sottopeso, forse era anche nato prematuro. Aveva un’allergia alimentare e quel poco che mangiava lo vomitava. Era molto denutrito, aveva sviluppato una forma di rachitismo, ingrossamento del cranio e tante altre cose. Sono tornato in India. Mio padre morì nel marzo’97. Chiesi del bambino, lo vidi ed era ancora molto, molto sottopeso. Pesava meno di due chili e aveva già quasi quattro mesi. Sarebbe morto in orfanotrofio se non avessi fatto niente e così l’ho portato a casa senza pensarci troppo, l’ho fatto vedere da un pediatra, ho anche chiamato un’infermiera. L’ho salutato, l’ho lasciato lì e sono ripartito. Questo episodio mi ha fatto molto riflettere. Ho pensato “Non è possibile, bisogna fare qualcosa anche per le mamme, perché il bambino ha bisogno della sua mamma e viceversa”. Ho parlato con i ragazzi del centro, dicendogli che dovevamo assolutamente aprire anche alle madri, alle ragazze madri specialmente o comunque alle donne che hanno problemi.

P: Quindi pensi alla creazione di un centro di accoglienza, no? Perché altrimenti queste donne non sanno dove andare a sbattere o sbaglio? Perché comunque la famiglia non le vuole, notte o giorno che sia.

T: Di accoglienza, certo, è esattamente così. Allora abbiamo costruito un altro piccolo posto per le donne. Quando ne arrivava una poi si sparge la voce, arrivava l’altra e così via. E così è cresciuto pian piano.

P: In che stato arrivavano queste donne? Avevano quasi paura di farlo oppure sentivano che per loro era una cosa importante?

T: Ma, sai, erano costrette, era l’unica soluzione. Era davvero l’unica soluzione. Cacciate dalla famiglia, non sanno dove andare. Così almeno finché partoriscono hanno un posto dove stare. Pensa che in tutta quella zona del Kerala il nostro era l’unico centro.

P: L’unico? Nel raggio di quanto?

T: Nel raggio di parecchi chilometri. E così cominciarono ad arrivare le donne. Senza aver ancora creato formalmente la fondazione, abbiamo cominciato a raccogliere bambini e ragazze madri.

P: E quindi era una cosa completamente privata?

T: Privata, si, fino ad allora, fino al 2000. Il centro cresceva sempre di più e così abbiamo deciso di creare la “Mother and Child Foundation”.

P: Con le stesse persone con cui avevi iniziato?

T: Sempre con loro, e con in più due miei ex professori universitari. Nonostante il mio passato di attivista e ribelle, mi stimavano molto e soprattutto si fidavano di me.

P: Tant’è che l’hai coinvolti in questa avventura.

T: Bisognava dare un’immagine di rispettabilità a tutta questa storia. Allora sono andato prima da questa mia professoressa, con la quale avevo avuto molti contrasti durante l’università, ma sapevo che aveva grande stima di me. Era ormai in pensione e mi ha detto “se tu pensi che sia una cosa buona, ti darò una mano”. E’ stata lei a coinvolgere l’altro professore. Avevo studiato anche con lui, ma non eravamo rimasti in contatto.

P: Quindi recuperi questi personaggi.

T: Recupero questi personaggi che socialmente lì mi servivano.

P: I professori universitari in India hanno un grosso prestigio.

T: Beh, si. Così fondammo la “Mother and Child Foundation” nel 2000, e decidemmo di costruire un grande centro, che è quello che andrai a vedere adesso. Durante la progettazione veniva sempre fuori qualcosa, c’era bisogno sempre di più spazio, e così alla fine è uscito fuori un progetto di 1680 metri quadri.

P: Che hai realizzato.

T: Si, poi l’abbiamo realizzato. Ma all’inizio anche mia moglie non mi ha parlato per due giorni. Mi ha detto “ma sei matto!”. Le ho risposto “bisogna farlo, invece di costruirne altri due o tre dopo, è meglio coprire da subito tutte le esigenze.”

P: Affogarsi nel mare grosso, come si dice.

T: Sono andato in giro in Italia con questo progetto sulla carta per un po’ di tempo. Tutti mi hanno dato pacche sulla spalla “Bravo Thomas, bravo bravo” Mi hanno detto tutti bravo però non è successo niente. Allora mi sono detto “intanto cominciamo poi vediamo qual è la reazione”. Sono tornato in India con un po’ di soldi che avevo da parte e con qualche prestito, e ho tirato su le fondamenta per questi 1680 metri quadri. Ho fatto delle foto, dei filmati e sono tornato in Italia. Un timido riconoscimento, una timida approvazione è arrivata. Ho organizzato delle serate, qui nel ristorante, in altri posti. La gente ha cominciato a venire…

P: E sei riuscito a raccogliere un po’ di soldi.

T: Si, così ho cominciato ad alzare i muri, pensando che saremmo dovuti arrivare fino al tetto.

P: Un pezzo alla volta.

T: Si, un pezzo alla volta. In quasi quattro anni, non so come abbiamo fatto, l’abbiamo inaugurato.

P: Per la modica cifra di?

T: 220 mila euro.

P: E se non ricordo male, tolta una donazione di 30.000 euro…

T: Si, una donazione di 70 milioni, allora erano lire, tutto il resto proviene da iniziative, dal ristorante che allora andava molto bene, era sempre pieno, non come adesso. Beh, non c’è da parlarne molto, nel 2005 l’abbiamo completato.

P: E nel frattempo cosa è successo? I ragazzi sono cresciuti.

T: Nel frattempo incontro persone come te, come Roberto Ricci e tante altre. E mi è venuto in mente un altro piccolo progetto, per migliorare, no? Spendevamo sui 400 euro al mese di latte per i bambini e così mi sono detto che bisognava mettere su una stalla. In un anno abbiamo fatto anche quello, abbiamo ventisette mucche adesso e vendiamo pure il latte. Il latte che nutre i bambini oggi è gratis. Un altro dei problemi da affrontare è il futuro dei ragazzi. Il nostro obiettivo è farli studiare finché possono. È l’unico modo per farli rientrare nella società.

P: Perché il problema qual è? Diciamolo.

T: Sì, ci sono ragazzi, specialmente maschi appunto, che non vanno molto bene negli studi. Abbiamo trovato lavoro già a cinque sei di loro da meccanici, botteghe artigiane, però sono sempre ragazzi marchiati, non vengono nemmeno chiamati orfani, vengono chiamati bastardi.

P: Anche in classe?

T: Eh sì, i bambini poi nella loro ingenuità a volte sono cattivi, fanno male. E poi anche nell’ambiente di lavoro, dopo un po’ i ragazzi cominciano a sbandare.

P: A proposito, una cosa che ti volevo chiedere, ormai i bambini accolti nel ’95 sono cresciuti, ma gli studi li hanno fatti esternamente a “Mother and Child”, in strutture pubbliche, giusto? E hanno avuto spesso questi problemi di discriminazione?

T: Sì, esternamente. E comunque noi cerchiamo sempre di essere vigili, però succede, succede spesso.

P: Tra questi ragazzi ci sono quelli che subiscono maggiormente questa discriminazione e non studiano.

T: Non studiano, sono cresciuti con ovvi problemi psicologici.

P: E quindi l’idea.

T: Ho pensato che bisogna trovare un mestiere a questi ragazzi. Mi sono venute in mente tante cose, abbiamo fatto dei tentativi, ma con scarso successo economico. Allora un giorno mi è venuta l’idea di un mobilificio. Mi è venuta parlando con un mio parente che vive a Bangalore, che mi disse che iniziavano ad arrivare in India cucine italiane, però molto costose. Dalla sua descrizione capii che si trattava di mobili che in Italia venivano venduti a 1000 euro nei grandi magazzini, e che in India costano otto, nove, persino diecimila euro. Allora gli ho chiesto di mandarmi delle foto per averne la certezza, e così fu.

P: Una mezza truffa.

T: Eh sì, allora mi sono detto che forse era la nostra occasione. I nuovi ricchi indiani vogliono il design italiano, il made in Italy.

P: Anche se è robaccia.

T: Non sanno che è robaccia, non sono mai usciti fuori dall’India. Per loro quella è la moda italiana. E io pensavo, “forse è da sfruttare quest’occasione, se noi facessimo dei veri mobili in India, mobili veri, li potremmo vendere, sarebbe un modo per portare soldi all’orfanotrofio e in più dare impiego a questi ragazzi che non studiano”.

P: Ma la domanda è: l’indiano compra all’estero perché fa fico o gli va bene anche comprare in India mobili fatti da italiani? E’ la stessa cosa, visto che non si accorgono del poco valore di quei mobili?

T: Per loro basta che sia design italiano.

P: Conta quindi più il design che il made in Italy.

T: Si, più il design. E così mi sono attivato. Anche in questa occasione sono andato molto in giro, in India, in Italia, cercando falegnami, proponendo inizialmente di fare piccole cose. In Italia però sorgeva un problema. I falegnami sono artigiani, non possono mollare tutto e venire in India così, come volontari. Hanno una famiglia, dei clienti, se vanno via per un po’ è un problema serio. Nonostante questo cercavo con insistenza, chiedevo a tutti. E un giorno un mio amico, Peter Quell, mi disse che conosceva una falegname molto bravo dalla mentalità imprenditoriale. Gli ho chiesto di parlarci immediatamente, lui mi ha proposto di incontrarlo in modo da spiegargli tutto di persona. E un giorno Peter si presentò da me con questo falegname, Roberto Ricci.

P: Quanto tempo fa?

T: Era l’estate scorsa (2007, ndr) quando ci siamo incontrati per la prima volta, qui al ristorante. Abbiamo cenato insieme, lui mi ha fatto delle domande, anch’io. Mi ha dato l’idea di un falegnametto, e mi sono detto “se ho fortuna verrà, se no…”

P: Un falegnametto? Beh sì, lui ha quest’aria un po’ smessa, in più parla poco.

T: Beh sì, l’ho visto mingherlino, piccolino, emigrato dalla toscana, ho riconosciuto subito l’accento per i miei trascorsi di commerciante, niente di che insomma.

P: Hai ragione, hai ragione. Confermo.

T: Un falegnametto dalla faccia simpatica. Da buon toscano non mi ha abbracciato. C’è stata una certa distanza, però abbiamo parlato molto e poi se n’è andato.

P: E poi?

T: Poi ho rivisto Peter e gli chiesto se aveva parlato col suo amico. Mi ha detto che forse sarebbe venuto, che ci stava pensando.

P: Tutto molto vago.

T: Sì. Dopo qualche giorno ho rivisto Peter e gli ho chiesto se il suo amico aveva smesso di pensare. Mi disse che era un po’ interessato al progetto, e allora gli proposi subito di farlo venire con me in India a fine novembre, a toccare con mano. Peter ne parlò con Roberto, per lui andava bene, solo che non c’erano i soldi per pagargli il viaggio, bisognava che si comprasse il biglietto aereo da solo. Peter mi fece capire che questo era un po’ eccessivo, Roberto era interessato ma non così tanto da fare un passo del genere. Allora mi dissi “rischiamocela, in qualche modo gli pagherò il biglietto”. Tra l’altro c’era pure un mio amico, Stefano Ani, un veterinario. Aveva promesso che sarebbe venuto con me in India a darmi una mano la prossima volta che sarei partito. Arrivato il momento di partire gli dissi;
“Allora ci siamo, se vuoi venire così puoi aiutarci a valutare delle cose.”
“Ma… sai… adesso è un periodo…”
“Eh no! Mi hai dato la tua parola!”
“Vabbé dai, vengo.” Roberto Ricci intanto era andato trovare un amico su in Toscana, all’Argentario, Maurizio Benvenuti. Gli ha parlato del progetto dicendogli “Vado in India a dare un’occhiata, sembra interessante”.

P: E venne anche lui.

T: No, inizialmente gli aveva risposto “Beato te, sarei venuto volentieri però i figli, la moglie, la famiglia”. Così Roberto li ha salutati ed è andato via. Dopo mezz’ora di strada Maurizio lo chiama dicendogli “Torna indietro, vieni a prendere il mio passaporto che vengo anch’io.” Così siamo diventati quattro. Alla fine ho prenotato il biglietto per tutti e tre e sono partito per l’India. Il giorno stabilito per il loro arrivo questi erano davvero atterrati a Cochin, e li vado a prendere all’aeroporto. Il resto è storia. Roberto andava in giro, vedeva, cercava. Stefano doveva mettere su un pollaio.

P: Ah sì, c’è il famoso pollaio che poi è stato messo su?

T: Sì, Stefano mi aveva detto che conosceva un sistema molto efficace per allevare i polli. Pensavo tra me e me “Vedi che alla fine il loro viaggio è stato importante!”. Ha dato delle indicazioni a Roberto che ha progettato il pollaio, e l’abbiamo costruito. Poi ho fatto vedere a Roberto come lavorano in India i mobili. Gli ho fatto vedere le varie falegnamerie della zona, le materie prime, i legni, gli accessori, i macchinari. Veniva a vedere tutto con molto interesse però non si esprimeva.

P: Non è proprio un tipo espansivo

T: Stavo aspettando che dicesse “Sì, facciamo questa falegnameria!” Invece niente. Sono stato il primo a tornare in Italia, dopo un viaggio a Delhi. Mi hanno accompagnato all’aeroporto, ci siamo abbracciati, ci siamo detti che eravamo stati bene. Ho pensato “speriamo che mi dice qualcosa…”, niente. Vabbè è andata così, mi è costato un biglietto però… Appena rientrato in Italia Roberto Ricci mi chiama per chiedermi come stavo, per dirmi che ci saremmo visti presto. L’ho invitato al ristorante, ma non faceva alcun cenno alla falegnameria. Parlava d’altro, faceva ancora domande. Io pensavo “ma cos’altro ancora vuole sapere questo!” E’ andato avanti così per un po’, poi ha cominciato a sbottonarsi. Dopo una settimana mi ha invitato a casa sua, non avevo la macchina ed è venuto a prendermi, abbiamo mangiato, e mi ha riaccompagnato a casa. La moglie mi ha detto “ma sai che gli è piaciuta molto questa cosa?”

P: Tu ne sei rimasto sorpreso?

T: Sì. E poi piano piano abbiamo cominciato a progettare cose insieme ed eccoci qua. Il ventiquattro partiremo con il progetto. Non una falegnameria ma una fabbrica.

P: E poi?

T: E poi succederanno tante altre cose. Ho avuto la fortuna di incontrare tantissime persone positive, persone che ci credono, persone che hanno visto con i loro occhi quello che succede lì. Il nostro non è un orfanotrofio, è un posto allegro dove vivono bambini e donne. Bambini che studiano, bambini puliti, vivaci. Circa sessanta persone, nostri amici, amici degli amici, sono andati a visitare il centro e tornando mi hanno detto “che cosa posso fare?”

Continua…

Intervista di Piergiorgio Faraglia

Con la collaborazione di Alessandra Parisi

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